1° Classificato (Medie)

LA' DOVE IL VENTO RICORDA

Milena Lucente

“Quando perdiamo qualcuno, non lo cerchiamo nel mondo. Lo cerchiamo dentro di noi.”

— Jeanette Winterson

 

Il giorno in cui lasciammo la nostra casa in Toscana, le persiane azzurre tremavano come palpebre in lacrime e l’aria profumava ancora di glicine. Papà non parlava molto, se non per raccontarmi, con l'entusiasmo ovattato di chi cela il dolore, di quella sua nuova ricerca in Patagonia: “dove le stelle sembrano più vicine”, così disse. Però io lo vidi, quella sera prima di partire, fermarsi a lungo davanti alla porta della camera di mia madre. E per un attimo pensai che avrebbe avuto la forza di aprirla, ma non lo fece. Chiuse gli occhi per qualche secondo, poi li riaprì con la speranza di un futuro migliore.

Io mi chiamo Elena, ho quattordici anni e vivo sospesa tra ciò che ero e ciò che ancora non so diventare. A volte mi sento come una di quelle vecchie fotografie sbiadite che trovi in una soffitta: un volto, una forma, ma sfocata. Dopo l’incidente della mia mamma, il tempo sembrava essersi accartocciato come un foglio bruciato ai bordi. I giorni si assomigliavano tutti: la scuola, gli sguardi compassionevoli, la nostra casa silenziosa. Mia madre era ovunque e da nessuna parte.

Morì in un pomeriggio di pioggia. Un incidente, una curva, una notizia arrivata con la voce spezzata di una telefonata. Io stavo facendo i compiti, e ricordo distintamente il rumore della penna che mi cadde di mano. Le sue cose erano rimaste al loro posto: la sciarpa sul letto, le pantofole accanto al divano, la tazza del tè ancora nella credenza; come se potesse tornare in qualsiasi momento, ma non tornava. Ogni volta che aprivo una porta, per un istante mi aspettavo di trovarla lì, sorridente, sorpresa del mio stupore.

 

Ma la cosa più dolorosa non era l’assenza, era la presenza. In ogni oggetto, in ogni gesto quotidiano. Era dover continuare a vivere dove lei era esistita per l’ultima volta. Dove l’eco dei suoi passi non si era ancora del tutto spento. Viveva nei profumi della casa, nelle tazze scelte con cura, nel modo in cui la luce del mattino entrava dalla finestra, filtrando attraverso le tende di lino che lei stessa aveva cucito. Viveva nei piccoli riti quotidiani, anche in quelli che mi piacevano di meno, come se ogni cosa le appartenesse ancora; come se ogni dettaglio gridasse il suo nome, senza voce.

Papà non seppe piangere. Si immerse nel lavoro come un sub in apnea, ogni respiro speso per evitare la superficie. Io imparai a ingoiare le lacrime, come se ogni emozione fosse una debolezza da nascondere. Ma il mio cuore era una stanza chiusa a chiave, con le finestre serrate anche nei giorni di sole. C’erano mattine in cui restavo a letto troppo a lungo, fissando il soffitto, incapace di trovare un motivo valido per alzarmi. Eppure, lo facevo.

In Patagonia il tempo sembrava diverso. Più lento, più nudo. La nostra nuova casa era una struttura di legno in mezzo al nulla, con un tetto che gemeva sotto il peso del vento e finestre che scricchiolavano come vecchie ossa. Le notti erano lunghe, fredde, piene di silenzi. A volte sentivo il respiro del vento come un canto, mentre altre volte come un grido. C’erano momenti in cui avevo l’impressione che la natura stessa conoscesse il dolore che mi opprimeva, che quel paesaggio immenso e solitario custodisse segreti antichi, più grandi di me. Nelle ore più profonde, quando calava il buio, venivo cullata dai sussurri armoniosi della terra.

Io camminavo, sempre più distante. Ogni giorno tracciavo un sentiero nuovo. Forse speravo che anche il dolore, stanco di inseguirmi, si sarebbe perso. Camminare mi aiutava a non pensare, o forse a pensare meglio.

 

 Il vento sferzava le vaste praterie dei paesaggi argentini, che si stendevano come un enorme dipinto in cui la natura si mostrava nelle sue forme più pure e selvagge. Il terreno pareva un mosaico di rocce levigate dal tempo, muschi verdi e licheni argentati che si aggrappavano tenacemente alla terra arida e spigolosa. Le montagne, maestose e imponenti, si ergevano con vette aguzze e innevate che sfidavano il cielo, riflettendo nei laghi cristallini la loro possanza come specchi immoti. Questi laghi, spesso di un blu intenso e profondo, sembravano scrigni di silenzio, circondati da boschi di lenghe e coihue che sussurravano storie antiche con il fruscio delle loro foglie.

 

Fu allora che lo vidi.

 

Un cavallo solitario, grigio e argenteo, immobile sotto un albero piegato dal vento. I suoi occhi erano color miele antico, e profondi. Si avvicinò senza spaventarsi; sfiorò la mia fronte con il muso caldo e vibrante. Lo chiamai Aukan, parola mapuche: significa “ribelle”, ma anche “voce del vento”. E lui era così: silenzioso, libero, presente.

Iniziammo a viaggiare insieme. Non so se fossi io a seguirlo, o lui a guidarmi. Attraversammo sentieri nascosti, distese erbose punteggiate di sassi bianchi, corsi d’acqua dove la mia immagine tremava insieme al cielo. Ogni tanto parlavo con lui e gli raccontavo della mamma. Di com’era quando rideva forte e metteva la musica pop la domenica mattina. Di quando litigavamo per sciocchezze e poi ci stringevamo in un abbraccio lungo. Aukan ascoltava con la pazienza di chi sa che il dolore ha bisogno di tempo per trasformarsi.

Poi venne un giorno in particolare.

Prendemmo un sentiero nuovo. Scendemmo nella Quebrada del Diablo, una gola antica scavata nel ventre della terra. Le pareti erano rosse, come ferite secche. In fondo, un lago nero. L’acqua era così ferma che sembrava vetro. Il silenzio era assoluto, come se anche il vento si fosse fermato ad ascoltare. In quel momento mi sentii piccola, trasparente. Sedetti sulla pietra, e tutto sembrava aspettare che io dicessi qualcosa. Ma non dissi nulla.

Nel riflesso vidi mia madre, ma non come l’avevo idealizzata. Vidi tutto: i litigi, le carezze mancate, i “poi” mai detti. Vidi me stessa il giorno del funerale, con le mani fredde e il cuore chiuso in una scatola. Vidi il nodo che avevo sempre portato in gola, la colpa di non averla salutata, la paura di dimenticare la sua voce. Mi vidi bambina, stringerle la mano per attraversare la strada. Mi vidi crescere troppo in fretta. Tutto era lì, come se il lago avesse conservato i miei ricordi per restituirmeli.

E allora piansi. Sia per lei che per me.

Piangevo per tutto ciò che avevo perso. Per le parole non dette. Per i gesti non compiuti. Per l’amore che, a volte, non sapevo mostrare. Aukan era accanto a me, in silenzio. Mi guardava e mi lasciava fare. Gli occhi fermi, la criniera mossa appena dalla brezza. Sembrava che lui mi comprendesse, anche se non era un essere umano. E io, in quel momento, iniziai a perdonarmi di colpe che non avevo.

Fu proprio in quel preciso istante che capii: il dolore non si supera, si attraversa. Come una valle, come l’acqua. Ci cambia, senza spiegarsi. Diventa parte di noi, ma non ci definisce. Ci insegna a sentire più a fondo, ad amare con più verità. La ferita non sparisce, ma diventa pelle nuova.

Tornammo al tramonto. La luce accarezzava dolcemente gli alberi e le piante; i colori sembravano più intensi. Papà era seduto davanti casa, le spalle curve. Aveva in mano una vecchia foto: noi tre, sotto il glicine, un’estate fa. Mi sedetti accanto a lui e nessuno parlò per un po’. Il silenzio, quella volta, non era un vuoto, ma uno spazio condiviso.

“Ti manca?” gli chiesi.

“Ogni giorno.” disse.

“Anche a me.” risposi.

E per la prima volta ci tenemmo la mano e piangemmo insieme, senza dire nulla. Le lacrime cadevano silenziose, ma non erano più amare. Erano il modo che il nostro amore aveva trovato per restare vivo. Un ponte, una carezza invisibile.

Aukan non tornò più, ma qualcosa di lui era rimasto dentro di me. Forse era stato reale, o forse era solo la forma che il mio dolore aveva scelto per poter andare avanti. Però oggi, se chiudo gli occhi, lo sento ancora. Come si sente la voce di chi ci ha amato: nel vento, nella pelle, nel silenzio che consola. Come un sussurro che non svanisce mai del tutto.

E ogni volta che sento il vento, so che non sono sola. Che l’amore, quello vero, non svanisce. Cambia forma, ma resta. Vive in ciò che siamo diventati grazie a chi ci ha lasciato un segno. Vive nei nostri passi, nei nostri sogni, nelle parole che impariamo ad esprimere quando finalmente troviamo il coraggio. Vive dentro ognuno di noi.

 

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

— Antoine de Saint-Exupéry

 

— Elena