
Se prestate sufficiente attenzione, noterete che nel più famoso villaggio thailandese, nel quartiere principale, nella via di sinistra accanto alla chiesa, seduto su una sedia, troverete un vecchio saggio, cantore di mille storie. Alla sua vista gli uomini si tolgono il cappello e le donne piegano leggermente il capo in segno di rispetto. Tutti lo omaggiano, chiedendo in cambio solamente una storia. Con lo stesso rispetto con cui si sente il prete recitare l'omelia, durante il racconto dei suoi tanti viaggi, si formava attorno a lui una cerchia di persone che ascoltava attentamente ciò che lui diceva, sembrava quasi un raduno attorno ad un profeta o una figura biblica. Nelle sue storie sarebbe arrivato fino ai confini mai esplorati dall’uomo, scalato le vette più alte, volato tra le nuvole dei cieli più azzurri. Nessun racconto sul mare, che non si vedeva dalla sua finestra. Quando qualcuno gli chiedeva se avesse mai navigato nell’oceano però, lui rispondeva di sì, ma tuttavia, l’acqua, così cristallina, gli permetteva solamente di specchiarsi e non di ammirare la flora e la fauna marina, perciò non aveva nulla da dire. Seguendo quando dice, avrebbe anche scoperto un’isola, l’isola Nefelia, dove vivono uccelli variopinti e da cui terre nascono frutti dai gusti afrodisiaci. In alcune versioni questa isola non è riconosciuta, in altre è patrimonio UNESCO, dipende se ve la racconta di mercoledì o di venerdì. Nella sua voce sono convito ci sia una sottilissima droga che ipnotizza chi la ascolta e tutto ciò che dice viene percepito come verità dogmatica. A questa droga, io avevo evidentemente sviluppato una sorta di allergia che mi rendeva immune dai suoi effetti, e lui lo sapeva benissimo. Andavo ad ogni incontro, ogni storia che raccontava io la conoscevo a memoria, ero l’unico che non andava lì ad indottrinarsi delle parole “del grande Ulisse”, io andavo lì per guardarlo mentre mentiva, per vedere se in un momento cedesse e raccontasse una versione sbagliata della storia. Ma mai, non succedeva mai, era l’attore migliore che avevo mai visto recitare, ad ogni piccolezza, ad ogni dettaglio di quella sceneggiatura, lui dava forma come se la stesse leggendo in quel momento davanti a tutti noi. Una sera precisa, non ricordo esattamente quale balla aveva scelto per quella volta, dopo che tutti se ne erano andati mi vide ancora lì, a fissarlo, cercando di fiutare un briciolo di verità in quelle parole. Mi disse di venire vicino a lui, mi porse la sedia accanto la sua e mi disse “Sai qual è la differenza tra il sogno e il viaggio? Che solo uno dei due è accessibile a tutti. Ogni giorno alla mia porta vengono persone affamate, persone a cui anche se offrissi tutto il cibo del mondo non sarebbero sazie. Con una mia storia invece sono piene. Non sazie, piene. Una mia parola li rende docili, senza pensieri, i loro problemi diventano minori. Tu invece sei diverso da tutti loro, sei come me. Senti ogni storia, con uno sguardo diverso, uno senza illusioni, senza voglia di sognare. Non ci credi? Io racconto solo verità, chiedi a tutti, nessuno ti dirà che mento. Io do la possibilità a tutti di andare in Europa, in Asia, in Africa, dì un posto e ti ci porto. Ho visitato ogni paese del mondo, anche quelli più difficili da pronunciare, anche quelli a cui non è concesso andare. Per te deve essere facile non credere, per loro è fondamentale, per avere qualche minuto di pace da questa grigia realtà. Quindi se vuoi andare via da questo labirinto, trovati un filo rosso, ma fa sì che sia bello spesso.” Io non risposi, lo ringraziai, e me ne andai. Quella sera però, non riuscì a dormire, rimasi tutta la notte insonne, il che è strano perché molti dicevano che le storie del vecchio conciliavano il sonno. Io invece fui destinato ad una notte tormentata tra domande e pensieri. Cosa significavano quelle parole? Cosa significava quel “tu sei come me”? Io non avevo fatto altro che ascoltare le sue storie come tutti, io non ero come lui, ero solo uno dei tanti nel raduno.
Sudai freddo e solo alle prime luci del mattino riuscì a prendere sonno. Dopo poche ore mi alzai, il mio unico pensiero fu quello di andare da lui e dirgli che si sbagliasse. Era poco prima di pranzo e ovviamente i tutti erano già lì pronti per ascoltarlo. La mia attenzione quella volta non si prestò alle parole del vecchio ma al viso di quelle persone, volevo vedere mentre si saziavano, mentre diventavano piene. A fine storia avevano tutti lo stesso sguardo, quasi non si distinguevano tra di loro. Quello che avevano stampato sul volto era un senso di appagamento, quello che si ha dopo essere stati inglobati in una nuova realtà. Andai vicino a lui e gli chiesi perché mentisse, perché illudesse quella povera gente. Lui alzò lo sguardo e mi disse "Mai rovinare una bella bugia con la verità". Fui spiazzato. Lui continuò. "Se sapessero davvero sarei solo uno squilibrato che si mette per strada a raccontare favolette, sarei circondato da bambini, non da adulti. Ti svelo una cosa che ancora non sai: io nutro la speranza di queste persone. Un viaggiatore di tutto il mondo è un loro vicino di casa, ti rendi conto? Solo in questo modo possono salvarsi, solo sognando, pensando che evidentemente il benessere non è così lontano. lo non mento, io li ispiro.” -Tornai a casa lentamente, osservando ogni angolo del villaggio, la realtà che trovai era senza colore, c'erano segni di infelicità ovunque. Negli anni si aveva cercato di ripulire questa realtà, ma la malinconia è come la polvere, non va mai via del tutto e fa sempre prudere il naso. Mi accorse per un momento che forse quella nella sua voce non era droga ma antistaminico. Non illudeva nessuno, li distraeva, li guariva, li ispirava. Ma allora perché niente cambiava? Perché c'era sempre polvere? Non aveva iniziato mica ieri a predicare le sue avventure. Per tutto questo tempo avevo pensato che fosse lui il cattivo, quando la sua voce stava solo cercando di fare da netturbino a tutta quella disperazione. I cattivi, in realtà, erano loro. Loro che tornavano a casa e invece di continuare a viaggiare e sognare, ritornavano alla loro vita di sempre. Rinunciavano alla libertà perché forse pensavano che quello che raccontava il vecchio era possibile, ma che non potesse accadere a loro. Il realismo è una brutta bestia, uccide tutti i sogni e ti fa credere di essere al sicuro. Dopo aver fatto questa distinzione, decisi di fare come mi aveva detto, di andare via da quella macchina infernale, non coi sogni, ma con tutte le mie cose, tutto me stesso, mi lasciai tutto alle spalle e iniziai a vivere davvero. Nella mia nuova realtà, ogni mattina mi svegliavo e andavo al mare, non importava quanti gradi ci fossero, nuotavo per ore. Rimanevo a mollo fin quando le mie mani non si raggrinzivano e il mio aspetto era più simile a quello di una tartaruga piuttosto che a quello di un uomo. Quella tavola blu era una conferma al mio avercela fatta, ero andato oltre a quello che si vedeva dalla mia finestra. Era questo quello che mi rendeva diverso, io avevo guardato oltre il villaggio e nessuno l’aveva mai fatto, neanche il vecchio. Dopo ore di sbracciate, la sera uscivo, facevo tutta la città a piedi scoprendo sempre un posto diverso. Ogni giorno ricominciavo e questo mi faceva stare bene. Non mi accorse mai di tornare indietro, neanche una volta. Forse volevo solo dimenticare, fatto sta che non mandai mai nemmeno una cartolina. Passarono gli anni e non so come quella vecchia realtà mi trovò di nuovo. Mi arrivò una chiamata, il vecchio era morto. Spinto non so da cosa, partì per ritornare alla mia Itaca. Il viaggio fu tormentato. Non sapevo quale sarebbe stata la reazione degli altri al mio ritorno e né tantomeno sapevo come mi avessero rintracciato o il perché lo avessero fatto. Passai così tanto tempo a interrogarmi su questo dilemma che il tempo per pensarci era esaurito. Ero arrivato. Ad aspettarmi c’erano due persone, non so bene chi fossero ma mi portarono da lui. Il cordoglio avvolto intorno a quella casa era senza precedenti, l’intero villaggio lo stava piangendo. Io odiavo la confusione, perciò aspettai che la fila diminuisse e mi sedetti in un angolo. La casa si svuotò quasi del tutto verso mezzanotte, quando rimanemmo solo io, i familiari più stretti e qualcun altro venuto a dare i propri saluti. A differenza degli altri, io impiegai poco tempo a salutarlo, dissi qualche parola tra me e me e poco dopo andai dalla moglie a darle le condoglianze. Avevo comprato un mazzo di tulipani, in una storia aveva detto fossero i suoi preferiti, ma non so se fosse una bugia anche quella. La moglie mi ringraziò e mi diede una lettera, mi disse di leggerla fuori dal villaggio, nel viaggio di ritorno. Uscì silenziosamente dalla porta, tutti mi fissavano ma non me ne importava molto, mi diressi alla stazione e poche ore dopo presi il treno per tornare a casa.
Ovviamente appena il treno partì, iniziai ad aprire la lettera, dalla fretta la strappai quasi. “Alla fine mentire è servito. Ora sono due i personaggi della storia. Fai sì che diventino, cento, mille, un milione. Di queste storie tutti devono essere protagonisti.” Mi promisi che da quel momento non sarei stato cantore ma testimone, affinché tutti potessero conoscere. La mia vita da quel momento non cambiò molto, ma si fortificò. Volavo più in alto, nuotavo più a fondo, ridevo a gran voce e ogni mio passo suscitava un cataclisma. Diventai il vecchio della mia città, mi trasferì nel quartiere principale, nella via di sinistra accanto alla chiesa e passavo i miei pomeriggi seduto su una sedia. Tutti mi omaggiavano, volendo in cambio solamente una storia, una storia vera. Avevo cercato in tutti i modi di cancellare le mie origini, ma presto mi accorsi che un albero si può al massimo separare dal terreno, ma mai dalle sue radici.