
Vedevo i Giardini Reali dalla finestra della Camera dei Filosofi, ogni giorno apprezzati dai viaggiatori, dagli stranieri e, ovviamente, dai miei sudditi. In tutte le stagioni i Giardini sfoggiavano il loro splendore, ammirato da tutti. In inverno, gli ellebori fiorivano decorando il Giardino con varie sfumature di grigio, allegre nel loro piccolo. In primavera, variopinte bulbose, come giacinti o muscari, ravvivavano il Giardino, dopo una stagione invernale tetra e malinconica. Se avessi voltato lo sguardo più a destra, avrei ammirato le gondole passare, dopo essere state riparate allo squero sud, in calle Santa Margherita a Dorsoduro, e, nonostante fossero state aggiustate o riverniciate, non sembravano perfette come le avevo ordinate. Ma non fu la cosa peggiore che percepii quel giorno. Sentii bussare alla porta. “Buongiorno, mio signore”, cominciò una voce a me familiare. Era il mio funzionario di fiducia, Ernesto, che continuò: “Sono in corso alcune rivolte cittadine nella zona di Santa Croce”. Quando proseguì, sentii un pugno di dolore nel mio stomaco, ancor prima della colazione! Era incredibile quanto la peste si stesse diffondendo velocemente in città e quante persone si stessero lasciando in pochi mesi. Ernesto terminò la conversazione con un’ultima frase: “Ognuno dei familiari di persone decedute richiede cinque ducati”. Mi irrigidii subito: prima la protesta, ora i soldi! Non si poteva continuare così, perciò preparai un tragico discorso per il mio popolo. La peste, che nella terraferma era chiamata “Nera” e “Bubbonica”, si era sviluppata qui a Venezia dopo aver provocato diversi morti anche nelle zone delle nostre colonie d’oltremare, Dalmazia e Spalato, dove la popolazione era stata dimezzata da essa. Fissai un piano per la giornata. Ora dovevo fare colazione per poi compiere la mia passeggiata mattutina, partendo da piazza dei Leoncini fino al Giardino Mistico nel sestiere di Cannaregio. Allora riflettei: “Cosa portava la peste qui in centro? Perché le persone erano ricoperte da bolle rosso-nere?” Forse la risposta non l’avrei trovata mai, e non riuscivo a pensare se ogni volta che vedevo qualcuno dovevo salutarlo: del resto ero il primo doge di Venezia, Paoluccio Anafesto, e dovevo fare una buona impressione sulle persone, soprattutto con i miei cittadini. Alzai lo sguardo pensieroso da terra e vidi un annuncio sul mio discorso in calle Santa Maria Formosa, sestiere di San Marco. Guardai in lontananza i due mori della Torre dell’Orologio, che si muovevano e suonavano: “Sono le due!”, pensai. Mi precipitai verso Palazzo Ducale, splendido come ogni giorno. Decisi di dover essere visto e ascoltato sul Ponte dei Sospiri, che univa il mio Palazzo ai Piombi, la prigione più cruenta della Repubblica. Quel magnifico Ponte era stato costruito per far sbalordire le persone, con i suoi eleganti bassorilievi che raffiguravano le vittorie di Venezia, dopo sanguinose battaglie. Percorsi la Scala dell’Età d’Oro e vidi il pregiato legno su cui si sarebbero adagiati i miei nobili e piccoli piedi. Un gran numero di individui osservava con curiosità il magico ponte eterno. Finalmente la mia tensione sparì, poiché i miei sudditi mi acclamarono con un grande applauso. Una decina di secondi dopo le persone tacquero nell’udire le mie parole. Qualcuno era addirittura arrabbiato. Non era tollerato morire senza saperne il perché. Inoltre, qui a Venezia ero il primo doge, e dovevo fare una buona impressione. Finii il discorso. La gente era infuriata. C’era chi cercava di scalare Palazzo Ducale per arrivare a me, chi mi insultava, chi, per lo sfogo, si era buttato nel bacino di San Marco, e c’era anche chi afferrava un bastone per cercare di lapidarmi. Questi ultimi mi fecero paura. Vidi il mio amico, Augusto che afferrava un sasso. Un sanpietrino, per la precisione. Seguii con lo sguardo quel pezzo di Riva degli Schiavoni volare verso il ponte, e capii troppo tardi che era verso di me, poiché mi colpì alla testa, molto forte. Fu come se la città fosse sprofondata nell’acqua, come se fossi morto. Ciò che vidi per ultimo fu il dipinto del Tintoretto “Il Paradiso” e poi osservai il nero della morte.