
Roma Termini. Ore 7:12. Una ferita aperta che stride nella mente come un ricordo. Una strada graffiata nell’anima, viva come una cicatrice che brucia ad ogni goccia di pioggia sulla pelle. I passi si confondono con l’asfalto intriso d’acqua, con il rumore delle valigie e con il fiato corto di chi parte e di chi resta. Racchiude storie mai raccontate, frasi spezzate con la partenza del primo treno e nomi mai più pronunciati al suo ritorno. È un frastuono che lo rassicura, un’area di sosta in cui fermarsi quando si ha troppa paura di vivere. Il treno arriva al primo binario come un colpo dentro al petto. I primi passeggeri scendono, trascinando le valigie alle loro spalle. Hanno gli occhi pieni di gioia, o di lacrime trattenute, le mani stringono zaini e ricordi: un amore lasciato a metà, una speranza cucita sul fondo della giacca e una paura che non ha neppure un nome. Si cercano, si ritrovano. Abbracciano madri, figli, amanti. Alcuni ridono, altri non parlano. Ma tutti, prima o poi, lasciano sola la stazione, tra nostalgia e voglia di ritornare. Lui resta. Sempre. Seduto sulla stessa panchina di marmo freddo, con le spalle dritte e il volto rivolto verso il vuoto. I suoi occhi sono chiusi da tempo, eppure dentro quel buio risiede il mondo intero. In un mondo rapido e sfuggente è l’unico che riesce a coglierne ogni cosa. È in quell’istante che, nella sua fantasia, il mondo comincia a piegarsi in direzioni che nessuna bussola avrebbe saputo indicare. Il bastone bianco riposa al suo fianco, come un remo dopo la traversata. L’imbarcazione pare tremare sotto i loro piedi, le assi scricchiolano, i chiodi cedono e l’acqua inizia a filtrare dalle fessure. Gli uomini si affannano, gettando secchiate fuori bordo, ma il mare è più veloce di loro. Alcuni si arrendono, lasciando andare i secchi e le speranze, altri pongono resistenza, affannandosi come se potessero svuotare l’oceano a mani nude. Ma manca poco, superata la cascata giungeranno all’ingresso della grotta. Un varco nascosto tra gli oceani più profondi e le montagne più ripide, dove l’acqua si placa, dove il tempo si ferma. L’acqua svanisce, il mondo si raddrizza. Dal soffitto pendono radici che brillano debolmente, come piccole luci che si espandono su tutta la parete, e l’odore di terra bagnata si spande, riempiendo ogni tratto della grotta.
“Treno per Firenze, in partenza al binario tre.”
L’asfalto trema. È il primo treno giunto al binario. Ascolta vagamente la partenza della locomotiva e ritorna nelle vesti di un mago. L’ultimo del suo villaggio, con una missione incisa nel sangue: recuperare l’ampolla del tempo custodita da una creatura delle profondità. Una sirena, si dice, dal canto talmente dolce da incantare qualsiasi creatura, ma tanto crudele da spingerla fin sotto ogni abisso, là dove nemmeno la luce osa più scendere. Il mago avanza tra le ombre della grotta, ogni passo rimbomba come un eco in lontananza, poi, un suono. La sirena emerge dal lago nero, reggendo tra le mani l’ampolla. Ha attraversato ogni terra, è giunto sulla cima delle montagne più elevate, ma ciò non sarebbe bastato per poter affrontare la creatura marina.
“Treno per Napoli, in partenza al binario sei”
Il mondo è cambiato di nuovo. Non c’è più la grotta, nè un oceano da attraversare. Ora il suolo è freddo e duro come ferro, e l’aria odora di pioggia e metallo bruciato. È un soldato. Lo sa dal peso che porta addosso, da quella corazza, dall’armatura che lo stringe e dall’incertezza dell’arrivo di un nemico. I suoi compagni sono fuggiti, qualcuno ha urlato, altri si sono dissolti nel nulla, ora è solo. Un sussulto sulla panchina. Un treno passa veloce, scuotendo il suolo. La guerra svanisce come al risveglio di un sogno. Le ruote del treno cigolano. Un bambino ride più in là. Una donna si sistema il cappotto. Qualcuno passa e lo sfiora senza vederlo. Ma lui è tornato. O forse non se n’è mai andato davvero. Lì, seduto sulla panchina di marmo freddo, ricorda il padre.
La sua voce calda, sicura e protettiva “Qualunque cosa accada, non smettere mai di usare la fantasia. È l’unico treno che non deraglia mai”. Poi, solo il frastuono del silenzio, e un treno che non lo riportò mai indietro. Il segnale si accende, le porte del vagone si spalancano. L’uomo si alza in piedi, afferra il bastone, fa un passo, poi un altro e sale. Non chiede la destinazione. Non importa. Alcuni viaggi non hanno biglietti né orari. Perché forse, non serve sapere dove si va. Basta avere il coraggio di partire.