06. gennaio, 2024

Valentina Ciocca


UN SEGRETO SOTTO LA NEVE

Minuscoli stivaletti gialli affondano nella neve soffice caduta copiosa durante la notte. Un manto ovattato che abbraccia l’intera valle assopita nel torpore dell’inverno.

“Quanto manca mammina?”

“Siamo quasi arrivate tesoro, vedi quel ponticello laggiù? Lì dietro c’è la casa della nonna.”

Il sorriso della donna si spegne pronunciando quelle parole.

Ripensare a sua madre le provoca sempre un certo dolore e risentimento. La mente torna alla sua infanzia e ai demoni che pensava di aver sepolto con la morte del padre.

Stringe a sé la piccola manina che la accompagna, raddrizza le spalle e si prepara ad affrontare il passato.

“Che bel posto mamma, qui non è per niente come in città!”

Nonostante le paure, l’entusiasmo della piccola è contagioso. In effetti il paesaggio è incantevole, un piccolo villaggio imbiancato, incastonato tra le montagne. Uno spettacolo da togliere il fiato. Ma Anna sa bene che è tutta una farsa. Dietro alle porte chiuse e alle imposte accostate si celano sguardi duri e accusatori e presto dovrà affrontarli.

“Guarda, guarda nel fiume! C’è una fontana di ghiaccio! Posso toccarla mamma? Posso? ti prego!”

Stretta nel cappotto elegante Anna lascia che la figlia si attardi a giocare con i ghiaccioli del ruscello.

“Forza, è ora di andare.”

A un tratto avverte l’urgenza di vedere sua madre.

Non si vedono da anni, otto per la precisione. L’età della piccola Vittoria. L’ha chiamata così per dimostrare che ce l’avrebbe fatta, al contrario di quanto sosteneva lei.

E in effetti ce l’ha fatta, aveva chiuso con un passato fatto di ombre, angosce e preoccupazioni. Con impegno e arguzia si è affrancata dalla sua vecchia vita, ha studiato e cresciuto la figlia da sola. Ma ora il passato è tornato, irruente e impetuoso come un’alluvione. Ma lei non intende farsi travolgere.

Bussa con vigore al vecchio portone di rovere e tanto basta a riportarla indietro nel tempo.


Un cappottino rosso si intravede dietro un cumulo di neve. Un uomo si avvicina silenzioso e agguanta il corpicino recalcitrante della bambina, la trascina per i capelli e la riporta a casa.

La piccola piange e si dimena ma lui è sordo alle sue lamentele. Nel buio della stanza cerca invano l’abbraccio della mamma, ma nessuno arriva a consolarla.


ANNA

“Sei venuta, alla fine.”

Lo sguardo spento di mia madre si ravviva per un istante mentre posa gli occhi su mia figlia.

“Vittoria, ti presento tua nonna.”

La bambina porge la mano minuta e la ritrae istintivamente mentre sfiora la pelle avvizzita e rugosa di mia madre.

La casa è esattamente come la ricordo, triste e vuota. La panca accanto al camino, alcune candele smozzicate sul tavolo e nessun pentolone che brontola sul fuoco. Nemmeno un balocco a preannunciare il Natale imminente. Una casa che sa di solitudine.

“Sei davvero qui. Non ci speravo.”

“Non avevo scelta.”

Ho immaginato mille volte questa scena e ora le parole muoiono sulle labbra, non riesco a dar voce ai sentimenti. Vorrei aggredire questa donna che mi ha negato l’affetto e mi ha insegnato a mie spese a cavarmela da sola. Ma davanti ho una vecchia consumata dagli anni e dalla malattia e chissà forse anche dai rimorsi.

“Ho preparato una stanza se volete dormire qui.”

“Non sarà necessario, sbrighiamocela con queste carte, ripartiamo subito.”

“Mamma, mi piace questa casa, ti prego non torniamo subito in città, qui è tutto così bello e poi è quasi Natale, non voglio passare il Natale in treno.”

Le parole escono in un sussurro dalle labbra timide di Vittoria che osserva incuriosita l’anziana donna davanti a lei.

“Vedremo.” Rispondo. Non riesco a fare promesse a lungo termine.

A un tratto sento il bisogno di uscire, le pareti della casa mi stanno strette, non sopporto di condividere con lei gli stessi spazi, ma a quanto pare mia figlia non è della mia idea. Sembra incantata dalla voce di mia madre. La cerca con lo sguardo, la studia, è evidente che ne è attratta.

“Esco a fare due passi.”

Sono una codarda, lascio Vittoria nelle grinfie di quella strega e mi sento in colpa, ma non posso fare altrimenti.

Camminando lascio fluire la rabbia e i ricordi, mi abbandono a un pianto inconsolabile quando una voce mi riporta alla realtà. Una voce che avevo dimenticato, riposta in un angolo inaccessibile del cuore, sepolta da strati di dubbi e insicurezze.

“Anna.”

Basta quel richiamo per tornare con la mente ai ricordi più belli di un amore impossibile. Non ho bisogno di voltarmi per capire che è lui, il mio Jerome.

“Sei rimasto qui. Per tutto questo tempo.”

“Ti ho aspettata.”

“Non sono tornata per te, sono qui per mia madre, è malata, dobbiamo sistemare alcune questioni.”

“Perché sei scappata Anna? Avremmo affrontato insieme i problemi...le cose sono cambiate, anche se non sembra, la gente qui ha capito, ci è voluto solo un po' di tempo ma insieme ce l’avremmo fatta.”

“Ma chi credi di ingannare Jerome? Menti a te stesso. Sai benissimo che non avremmo avuto nessuna possibilità di stare insieme. Sai benissimo chi si nasconde dietro le tendine leziose e i centrini inamidati di questo maledetto villaggio.”

“I tempi sono cambiati Anna, la gente ora mi conosce, mi apprezza, ho aperto un’attività mia, ti avrei dato un futuro.”

“La vuoi vedere una cosa? Lo vuoi vedere il futuro? Vieni con me e te lo mostro il dannato futuro!”

Ancora una volta scappo via di corsa ma questa volta Jerome mi blocca.

“Anna, fermati.”

“Lasciami, lasciami andare, vivi la tua vita mediocre e lascia in pace me e mia figlia.”

Le parole lo colpiscono come uno schiaffo.

“Hai una figlia.”

“No, Jerome, abbiamo una figlia. Si chiama Vittoria, ha otto anni.”

Il vaso di pandora è stato scoperchiato.


OLGA

Alla fine, è venuta e ha portato con lei la bambina. È proprio nera. Ha la pelle di ebano; eppure non posso dire che sia brutta, anzi, non lo è per niente. Ha uno sguardo mite e curioso. Sono nonna. Che assurdità. Nonna di una negretta. Mio marito si starà rivoltando nella tomba. Ci stiamo studiando io e la piccola, mi osserva come se venissi da un altro mondo. Mi chiama nonna! La faccio sedere, le do del latte, non so cos’altro potrei offrirle, non ho saputo offrire nulla a sua madre, sangue del mio sangue, figuriamoci a lei.

Anna è uscita, è scappata, come sempre quando deve affrontare un problema, ma che colpa ne ha? Non ho mai saputo proteggerla, nemmeno da un padre violento che beveva troppo, non le ho mai insegnato niente, però è cresciuta forte, determinata e indipendente, devo ammetterlo. Ma non è merito mio, nossignore! Tutta farina del suo sacco. Lei e la bambina sono vestite bene, avrà un buon lavoro, aveva un cervello fino la mia Anna.

“Ti ho portato un regalino di Natale, nonna, anche se in anticipo.”

La bambina mi porge un pezzo di carta spiegazzato, non so cosa dire. È una lettera con il disegno di un grande albero e sotto quella che, credo, dovrei essere io.

Cara nonna, sono così emozionata! Presto ti conoscerò. Non ho mai avuto una nonna e non so bene cosa dire, non ci siamo mai viste, ma un pochino mi sembra di conoscerti da quello che mi racconta la mamma. Le chiedo spesso di te, anche se capisco che non le va molto di parlarmi di quando era piccola, però cerca sempre di accontentarmi. Mi ha detto che il nonno è volato in cielo da tanti anni, ma di lui non vuole dirmi niente. Di te, mi ha detto che le hai insegnato l’educazione, che eri molto severa e lavoravi tantissimo. Forse non avevi molto tempo per stare con lei però la mia mamma è la migliore del mondo e sicuramente è merito tuo che l’hai fatta così buona e perfetta e quindi ti ringrazio per aver fatto una mamma speciale come la mia.

Ti ho fatto solo un disegno come regalo, perché i soldi li metto nel salvadanaio e li spendo solo per le cose importanti. Non pensare che il tuo regalo non sia importante, ma la mamma ha detto che un disegno sarebbe andato benissimo e di tenere i soldi per i periodi di magra, anche se non so cosa vuol dire. Spero di andarti bene come nipote, sai a volte la gente mi guarda strano, perché la mia pelle è così scura. Credo di aver preso questo colore dal mio papà ma non sono sicura, non l’ho mai visto. È un argomento vietato e alla mamma non chiedo niente di lui. L’unica volta che l’ho fatto è diventata triste e non mi piace vederla così.

Sono una chiacchierona nonna, spero di non averti annoiata e di piacerti anche solo un pochino.

Ti saluto, ci vediamo presto.

La tua nuova nipote Vittoria.


In un attimo le mie certezze crollano, si sciolgono come il nodo che da anni mi stringe il petto e appesantisce le spalle. Sono stata così stupida. Una vecchia ignorante proprio come mi ha detto Anna l’ultima volta che ci siamo viste. Aveva ragione. Questa bambina è un dono di Dio e io volevo costringerla a disfarsene. Per fortuna non mi ha dato ascolto.

La porta si spalanca all’improvviso e Anna entra seguita da lui…Incredibile, siamo di nuovo qui insieme, nella stessa stanza dove tutto è cominciato.

Perdonami figlia mia per tutto il male che ti ho fatto e per tutto il male che non ho saputo evitarti. Per la prima volta dalla morte di mio marito mi lascio andare alle lacrime. Quella volta erano lacrime di sollievo per essermi liberata di lui.

Oggi sono lacrime che chiedono perdono.


JEROME

Eccola, una piccola me, è così bella. Mi guarda con quegli occhi da cerbiatto che in un istante hanno già capito tutto. Mi sono perso otto anni di lei, otto anni di vita e di amore, solo per la mia testardaggine. Avrei potuto seguire Anna in città come mi aveva chiesto, ma il mio orgoglio mi ha trattenuto qui solo per dimostrare che potevo integrarmi, che potevo piacere agli ottusi abitanti di questo villaggio. Sono riuscito nel mio intento, ma a quale prezzo? Non sapevo, allora, che Anna portava con lei un dolcissimo segreto.

È sempre stata così risoluta nelle sue decisioni, voleva studiare e dimenticare le sue origini. È una donna straordinaria e non intendo perderla un’altra volta. Voglio abbracciare la mia bambina e darle tutto l’amore che merita, tutto quello che a sua madre è stato negato.




ANNA

Entro in casa come un uragano, ma la rabbia evapora in un secondo quando vedo mia madre che sta addobbando un minuscolo albero di Natale insieme a Vittoria. Ridono e si guardano complici. Non è possibile, voleva a tutti i costi cancellare la prova della vergogna, voleva che mi sbarazzassi di lei appena ha saputo che ero incinta e ora la guarda incantata. Assurdo.

Jerome mi segue, incapace di aprire bocca.

Vittoria si volta e lo vede, lo riconosce al volo. A volte credo che questa bambina abbia delle doti soprannaturali.

I loro sguardi si incrociano e rimangono così, incatenatati e sospesi.

Poi tutto succede così velocemente che non capisco più nulla.

Mia madre mi abbraccia come non aveva mai fatto e mi chiede scusa. Mi abbandono tra le sue braccia robuste e la perdono. Le perdono tutto. Tutte le volte che non mi ha difesa da mio padre, tutte le volte che mi ha lasciata sola, tutte le volte che non mi ha capita e mi ha voltato le spalle. Valeva la pena provare quel dolore solo per vedere con quanto amore, ora, guarda la mia bambina.

A un tratto questa casa fredda e spoglia mi appare come un rifugio accogliente.

Sorrido, mentre i frammenti di una vita complicata si ricompongono come un puzzle.

Ho una voglia improvvisa di addobbi, torrone e della torta di mele e cannella che preparo ogni Vigilia.

Verrà il momento delle parole ma ora è il momento degli abbracci, di scaldare i nostri cuori intorpiditi e di godere con occhi nuovi dello spirito natalizio.

Il mio Jerome aveva ragione fin dall’inizio. L’amore può fare miracoli.

“Mamma, ora che siamo tutti insieme è davvero Natale”.